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Shiatsu ed impermanenza.

Quando iniziamo la formazione come operatore Shiatsu, nella stragrande maggioranza dei casi, diamo grande enfasi all'apprendimento della mera tecnica corporea.

Lo studente, all'inizio, lavora su se stesso per acquisire la capacità di ri-conoscere il proprio corpo e di ri-educarlo all'utilizzo di strumenti specifici (pollici, palmi, gomiti e ginocchia) che non utilizza spesso o non utilizza con consapevolezza.

Questa prima fase è davvero difficile perché mette seriamente in discussione la naturale propensione ad utilizzare la mente in luogo del nostro corpo.

Ecco che quando si inizia a carponare, ad utilizzare Hara ed a prendere contatto con il nostro respiro in maniera più consapevole, sembra sempre di dover accedere ad un universo sconosciuto.

Mi accade spesso di trovare studenti che nei primi giorni di corso, dicono di avere avuto dolori inimmaginabili, di aver sentito un peggioramento della loro condizione fisica e di essersi sentiti spaesati e non adeguati a questo percorso.

Per fortuna questi disagi durano molto poco e con il passare dei giorni (e con la pratica, molta pratica!!!) lo studente elabora e definisce la capacità di applicare la giusta pressione e la capacità di adeguare il proprio lavoro ad una "strategia" specifica, legata ovviamente alla conoscenza ed all'utilizzo dei meridiani, dei rapporti energetici tra kyo e jitsu e soprattutto alla capacità personale di aderire con il ricevente.

Ecco, quindi, che lo Shiatsu si trasforma e non resta più una semplice tecnica corporea ma diventa una vera relazione da ki a ki, tra Tori e Uke.

Lo Shiatsu diventa un lavoro empatico poiché nel contatto energetico tra i due soggetti si esprimono sempre condizionamenti reciproci, a volte consapevoli, altre volte (molto più spesso) inconsapevoli.

La tecnica resta fondamentale ma diventa strettamente subordinata al grado di bilanciamento energetico di chi pratica.

Quando completai il mio primo corso di Shiatsu mi sentivo estremamente preparato a livello tecnico.

Avevo una solida conoscenza della medicina tradizionale cinese e degli insegnamenti del Sensei Masunaga, ed il mio Maestro mi aveva donato una tecnica estremamente sofisticata e molto ben strutturata.

In quel periodo mi sentivo finalmente padrone del mio corpo e credevo di aver trovato il giusto indirizzamento per poter offrire un trattamento professionale.

Ben presto, però, dovetti accettare che tutto questo non bastava e che il trattamento che offrivo era pesantemente influenzato dal mio personale stato energetico e mentale.

Mi accorsi che quando ero nervoso o disturbato emotivamente in qualche modo, grazie alla tecnica, potevo riuscire sicuramente ad esprimere una pressione adeguata ed un movimento fluido e piacevole, ma questo avveniva solo ed esclusivamente nei contenuti tecnici – ero distante dal contatto energetico così tanto decantato durante gli studi.

Era frustrante vedere come, pur eseguendo una tecnica adeguata, non ero in grado di toccare il ricevente in maniera profonda e questo influenzava non poco la qualità del trattamento.

In definitiva: non ero bilanciato e neanche lo Shiatsu che proponevo lo era davvero.

Era come se fino ad allora avessi perso di vista la vera peculiarità dello Shiatsu e mi fossi dedicato a degli elementi certamente importanti, la tecnica e la teoria, ma che non rappresentavano appieno quello che sentivo di voler dare ai miei trattamenti.

Alla fine di ogni trattamento ricevevo sempre numerosi complimenti, ma la gente non tornava perché evidentemente non si sentiva pienamente compresa da me.

Dopo qualche mese dovetti accettare che l'empatia, quella meravigliosa forma di comunicazione bivalente tra Tori e Uke, era un qualcosa che non poteva essere trasmessa semplicemente con la tecnica, ma andava ricercata dentro di Se, nella propria centratura, nel proprio equilibrio interiore prima di tutto.

Compresi che per poter davvero entrare in contatto con l'Altro, avrei dovuto necessariamente lavorare prima di tutto su di me.

Talvolta cadiamo nell'errore di pensare che l'equilibrio è uno stato costante mentre è solo un processo che cambia in continuazione.

Quando pratichiamo Shiatsu possiamo sentirci equilibrati ma questa condizione non permane per sempre ma va trovata in ogni istante.

Fare Shiatsu equivale per me a correre.

Quando corri c'è un reciproco gioco di forze tra muscoli principali e muscoli antagonisti che in maniera coordinata e continuativa sostengono lo sforzo e garantiscono il continuo bilanciamento della postura.

Allo stesso modo nello Shiatsu bisogna essere coordinati armonicamente con il proprio Corpo/Mente/Spirito in ogni momento, se si vuole essere davvero bilanciati perché non dobbiamo dimenticarci che non percepiamo l'altro durante il trattamento, ma percepiamo noi stessi.

La nostra realtà si sviluppa all'interno di noi ed è dentro di noi che possiamo realmente comprendere gli stimoli che ci arrivano dall'altra persona.

L'altra persona, il mondo che ci circonda e che ci arriva attraverso i nostri organi sensoriali e attraverso l'attività propriocettiva crea una reazione distinta dentro di noi e questo (solo questo) crea in noi il contatto con l'altro.

Durante i miei lavori iniziali ero concentrato sull'altro e questo era stato il mio errore più grande perché mi aveva allontanato da questa profonda realtà.


La verità è che tutto si manifesta dentro di noi, anche lo squilibrio energetico di Uke e questo avviene in maniera costante ed impermanente.

Ecco, questa parola ha caratterizzato non poco il mio approccio allo Shiatsu.

Sentii parlare di impermanenza (Anicca in Sanscrito) qualche anno fa quando decisi di fare un seminario intensivo di Vipassana presso il Centro Dhamma Atala (il nome significa "saldo, costante nel Dhamma") che si trova a Lutirano presso Marradi, in provincia di Firenze, a circa 400 m. di altezza sull'Appennino Tosco-Emiliano.

Il Vipassana (che nell'antica lingua indiana Pali significa "vedere le cose in profondità, come realmente sono") è una delle più antiche tecniche di meditazione dell'India.

Fu infatti riscoperta e insegnata da Siddhatta Gotama il Buddha più di 2500 anni fa come metodo universale per uscire da ogni tipo di sofferenza.

Vipassana è una tecnica pratica di auto-osservazione e viene insegnata durante un corso residenziale di 10 giorni sotto la guida di un insegnante esperto che ha ricevuto una specifica formazione.

Durante quel corso (ed i successivi che ho fatto negli anni a seguire) imparai a sviluppare la concentrazione della mente, che diventò più attenta e penetrante, pronta per essere utilizzata come strumento per esaminare accuratamente la mia natura fisica e mentale.

Ogni cosa esistente è impermanente.
Quando si comincia a osservare ciò,
con comprensione profonda e diretta esperienza,
allora ci si mantiene distaccati dalla sofferenza:
questo è il cammino della purificazione.


Dhammapada, XX (277)


In quel corso compresi appieno il valore di Anicca, il non attaccamento, e questo principio ha ispirato da allora il mio lavoro di Operatore Shiatsu Professionale.

Tutto è impermanente e il cambiamento è inerente ad ogni esistenza fenomenica.

Non vi è nulla nel campo animato o inanimato, organico o inorganico che possiamo definire permanente, e anche se dessimo questa denominazione a qualcosa, inevitabilmente sarebbe destinata a cambiare, a sottoporsi a qualche metamorfosi.

Anche lo stesso Buddha, avendo compreso questo fatto fondamentale attraverso l'esperienza diretta all'interno di se stesso, dichiarò: "Sia che nel mondo ci sia o no una persona completamente illuminata, tuttavia rimane una condizione ferma, un fatto immutabile e una legge fissata: tutte le formazioni fisiche e mentali sono impermanenti, soggette alla sofferenza e prive di sostanza; Anicca (impermanenza), dukkha (sofferenza) e anatta (inconsistenza dell'io) sono le tre caratteristiche comuni ad ogni esistenza cosciente. Tra queste, la più importante nella pratica di Vipassana è Anicca."

Nel Maha-Satjpatthana Suttanta, il testo principale in cui viene spiegata la meditazione Vipassana, lo stesso Buddha descrisse i differenti stadi della pratica, che devono in ogni caso condurre alla seguente esperienza: "Il meditatore si sofferma ad osservare il fenomeno del sorgere... si sofferma ad osservare il fenomeno del passare... si sofferma ad osservare il fenomeno del sorgere e del passare".

Come meditatori ed ovviamente come Operatori Shiatsu, ci troviamo ad affrontare l'impermanenza di noi stessi del Corpo/Mente/Spirito e questa consapevolezza profonda ci permette di comprendere che non abbiamo alcun controllo su questo fenomeno perché tutto scorre, che lo vogliamo o no, e ogni tentativo di manipolarlo o di fissarlo non crea altro che sofferenza e mancanza di centratura.

Attraverso la meditazione riusciamo a vedere la realtà sottile che noi stessi stiamo cambiando ogni momento, che l'io di cui siamo così tanto infatuati è un fenomeno, un flusso costante in continuo cambiamento.

Comprendere anicca, ci insegna a sviluppare il distacco ed a comprendere l'inconsistenza e la mancanza di un io.

Ed è proprio il non attaccamento a sostenere quel bilanciamento che nei primi mesi della mia esperienza di Operatore Shiatsu Professionale non avevo compreso.

Durante la pressione statica, soprattutto nella fase di rilascio, quella yin, l'operatore prova delle sensazioni: piacevoli, spiacevoli o ignote.

Il Buddha definisce queste sensazioni "Le tre radici di tutte le negatività mentali" – rāga/lobha (bramosia), dosa (avversione) e moha (ignoranza).

Tanto maggiore e il grado di reazione (attaccamento, repulsione o incomprensione) a queste sensazioni, tanto maggiore è il grado di congestione energetica che si sviluppa sia nell'operatore ma anche nella ricevente.

Quanto più l'operatore è invischiato in processi mentali "disturbanti", tanto più il ricevente avrà un feedback distorto e meno efficace a livello energetico.

E se è vero che la condizione normale dell'energia vitale è quella di flusso e che tutti i problemi nascono proprio dall'alternarsi di questa situazione di movimento con quella stasi, la vera armonizzazione si sviluppa quando l'operatore riesce a richiamare nel ricevente la migliore condizione energetica possibile, senza creare blocchi di alcun tipo.

Se comprendiamo il principio di anicca, di impermanenza, e lavoriamo sul non attaccamento, il nostro impegno sarà assolutamente più efficace ed il ricevente riattiverà in maniera più consapevole il proprio potere di auto-guarigione.

Ecco quindi che la tecnica diventa un sostegno al lavoro spirituale ed energetico e si libera da quel peso meccanicistico che è peculiarità di altri approcci, soprattutto di tipo occidentale.

Attraverso la meditazione la tecnica diventa uno strumento sofisticato al servizio del lavoro energetico e finalmente, come un muscolo antagonista durante la corsa, inizia a sostenere armoniosamente il nostro percorso di riscoperta dell'altro attraverso noi stessi.

Ogni Operatore Shiatsu Professionale dovrebbe a mio avviso sviluppare un'attenzione particolare a questo aspetto della propria pratica, perché la tecnica, anche la più complessa, non è completamente efficace se non riusciamo a creare il vuoto dentro di noi.

Sono convinto che questa sia la strada giusta per fare dello Shiatsu un'Arte e non solo una tecnica corporea e mi conforta scoprire come sempre più persone, prima e dopo di me, abbiano intrapreso il mio stesso percorso di crescita interiore.

Lo Shiatsu non può prescindere dalla Meditazione, questa è la via.

Questa è la mia umile esperienza e sono grato di averla condivisa con voi.


"Bhavatu sabba mangalam – Che tutti gli esseri possano essere felici".

"Sadhu, sadhu, sadhu – Condividiamo questo augurio"

Il Maestro e l'allievo pauroso
Shiatsu e fibromialgia

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